Le attività di neuromarketing sono etiche?

AICEX: L’etica nell’advertising è un interessante tema posto dall’American Marketing Association.

Lo sviluppo dei metodi di indagine diagnostica, Risonanza Magnetica in primis, hanno permesso numerosi sviluppi nel campo delle Neuroscienze. A questo si aggiungono anche gli studi sul comportamento irrazionale.

Potremmo chiederci se le aziende facciamo bene ad utilizzare queste conoscenze per indurre le persone all’acquisto ed all’uso dei loro beni e servizi.

Ma potremo anche chiederci se i beni e servizi che stiamo pubblicizzando arrechino dei benefici o piuttosto dei danni agli utilizzatori.

Il tema etico, quindi, si sposta più a monte della pubblicità e del marketing, si sposta sul business model, e sul prodotto e servizio proposto al mercato.

La vera domanda è quanto sia etico che certi prodotti e servizi siano offerti sul mercato.

Articolo di riferimento: https://www.ama.org/publications/MarketingNews/Pages/what-are-the-ethics-of-neuromarketing.aspx

HBR: Talvolta è meglio non credere a quello che leggiamo di noi sui social

MICHAEL HEIM/GETTY IMAGES

AICEX: Talvolta le aziende farebbero bene a non credere a tutto quello che si dice di loro online.

Questo articolo riporta una ricerca, ed alcuni casi concreti, nei quali vi è discrepanza tra quanto emerge dalla social-sentiment analysis e la reale opinione, e conseguente comportamento, dei clienti.

Ciò è dovuto a svariati motivi, ne riportiamo alcuni:

  • gli algoritmi di classificazione abbiano difficoltà ad interpretare delle espressioni ironiche, sarcastiche, giocose.
  • il comportamento sui social è talvolta abbastanza “disinvolto” e non rispecchia poi il vero pensiero e comportamento reale, ad esempio nei negozi del brand.
  • talvolta si tratta di feedback “a caldo”, soprattutto in concomitanza di eventi specifici.

Articolo di riferimento: https://hbr.org/2018/10/brands-shouldnt-believe-everything-they-read-about-themselves-online

HBR: Fruitori e non acquirenti

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AICEX: I Brand di successo non si limitano a farsi ricordare, ci semplificano la vita.

In quest’ottica distinguiamo “purchase brands” e “usage brands”. I primi si concentrano sulle fasi precedenti l’acquisto mentre i secondi si concentrano su quanto succede dopo.

Entrano quindi in gioco dinamiche di “fruibilità” e di fidelizzazione, interessanti per il design e i subscription models.

Questo implica un cambio di paradigma nelle aziende, storicamente abituate a configurarsi come “fornitori” di beni e servizi e considerando il customer service come un centro di costo per gestire le situazioni anomale.

Il customer service diventa quindi un centro di profitto, a servizio dell’utilizzo che i clienti fanno del prodotto o servizio, facendo in modo che lo scoprano , lo usino, lo apprezzino.

E scatenando quindi le logiche di passaparola e fidelizzazione al brand.

Pertanto anche la proposizione deve passare dal “comprami e non te ne pentirai” al “guarda che belle cose posso fare per te”.

Articolo di riferimento: https://www.strategy-business.com/article/The-Rise-of-the-Last-Mile-Exchange?gko=7cf43https://hbr.org/2018/02/the-most-successful-brands-focus-on-users-not-buyers